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Indietro nel tempo e nelle abitudini

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Indietro nel tempo e nelle abitudini

Non è un caso che ne scrivo in questo momento dell’anno. La primavera, infatti, nella nostra simbologia intuitiva, rappresenta la stagione in cui i fenomeni riacquistano i propri ritmi più vitali, dopo la lunga pausa di riflessione dell’inverno.

La natura insegna, a chi sa guardare, che la vita e i suoi fenomeni funzionano attraverso cicli.

I fenomeni naturali compiono spesso evoluzioni che, pur apparendo del tutto lineari, in realtà si comportano come le onde della risacca; vanno, ma poi tornano, dopo aver compiuto un giro ed essersi temporaneamente trasformate in altro.

Mi piace arrivare al centro del nostro discorso, che riguarda la nutrizione, muovendomi attraverso la letteratura, e in particolare citando Irène Némirovsky, che, in uno dei suoi romanzi più intensi, descrive i falò dell’autunno, che “purificano la terra, la preparano per nuove semine”.

È importante, ritengo, ricordare che un nuovo ciclo può iniziare solo dalle ceneri del precedente.

Come antropologo e viaggiatore dell’alimentazione, sono stato colpito da una notizia interessante e, ai miei occhi, carica di promesse.

Mentre in molti Paesi d’Europa la crisi economica ha provocato un impoverimento culturale e nutrizionale delle abitudini alimentari, in Grecia, culla del sapere occidentale e del nostro modello alimentare, le condizioni di vita sempre più precarie sembrano spingere molte persone verso il ritorno alla vera alimentazione mediterranea, un modello in cui dominano cibi freschi, nutrienti e squisiti come pesce, verdure e frutta, carne bianca, legumi, formaggi, olio di oliva e vino, insieme con tanti altri cibi veri. Uno stile di vita (dieta, appunto, in greco) più che un regime mortificante, in cui piacere della buona tavola e convivialità sono ingredienti fondamentali quasi quanto gli alimenti.

Uno stile di vita che, da sempre, caratterizza alcune fra le popolazioni più sane e in forma del mondo.

A patto di non abbandonarlo.

Nel momento di difficoltà massima, i greci hanno scoperto e riscoperto che il buon cibo, locale, fresco, stagionale, artigianale e “agricolo” costa meno e nutre più del junk food, e assicura lavoro e flusso di contanti nel mercato locale, mentre soddisafa i palati e contribuisce al mantenimento dello stato di salute.

Dalle ceneri di un sapere millenario, che era stato parzialmente spazzato via da un’industrializzazione che impoverisce i corpi e le menti, e che sembra non risparmiare nessun Paese e nessuna cultura, sta rinascendo un desiderio di identità anche alimentare che, si badi bene, ha avuto ripercussioni economiche positive, ma  nasce anche, e soprattutto, dalla nostalgia diffusa nel popolo greco per il proprio modello alimentare e culturale originale.

Frutto dell’orgoglio e dell’identità, più che di ricerche di mercato.

Figlio della voglia di vita e convivialità che caratterizzano da sempre le genti che abitano le coste, le città e le montagne della Grecia.

Dalle scelte individuali dei consumatori nei mercati e nei supermercati alla riorganizzazione dei ristoranti e delle taverne, il fenomeno del ritorno del buon, vero cibo, sta estendendosi in tutta la nazione, e non mancano i ricercatori di singolarità agricole regionali, che girano fra campi, vigneti, uliveti, baie azzurre e foreste antiche, pur di trovare e ritrovare saperi e sapori che la modernità aveva provato a spazzare via.

E proporli di nuovo alla gente che, spesso senza avere troppe colpe, li aveva persi o, come nel caso di molti bambini, non li aveva mai conosciuti.

Se questi sapere esiste ancora, lo dobbiamo a quelli che il giornalista e scrittore Paolo Rumiz chiamerebbe i “giardinieri di Dio, rimasti a bordo dell’Arca”, garanti dell’equilibrio ambientale, culturale e, perché no, spirituale dei luoghi.

Persone che si sono opposte alla globalizzazione degradante, che hanno formato dighe personali nel flusso imposto dal dogma della velocità e della banalizzazione, e che hanno continuato a produrre una qualità di oliva, o di formaggio, o di vino, a cercare piante e funghi nei boschi, a chiedere indicazioni alimentari ai nutrizionisti, ma anche ai vecchi del loro piccolo paese.

Una volta, leggendo uno dei grandi classici della cucina greca contemporanea, sono stato colpito dall’affermazione dell’autrice, la quale sosteneva che un attuale cittadino greco riconoscerebbe quasi tutte le ricette che preparavano gli antichi ellenici.

E sono note le influenze che la cucina greca ha avuto sugli stili alimentari più apprezzati d’Europa, come quelli di Francia e di Italia.

Nel nostro Paese possiamo riconoscere influenze dirette e somiglianze incredibili in molti piatti, in alcune regioni ancora più che in altre.

Ben venga dunque questo effetto non collaterale della crisi, se ha potuto spingere ad un cambiamento positivo, di cui forse fra qualche anno apprezzeremo anche le ripercussioni positive sullo stato di salute della popolazione.

E  infinite grazie a chi ha saputo conservare i semi di un sapere tanto antico, trasformare in modo positivo le ceneri originate dai fuochi dell’autunno europeo, e da quelle ceneri far rinascere la primavera della dieta mediterranea, da sempre additata come modello da autorità scientifiche e gastronomiche, e proprio da noi mediterranei, ultimamente tradita.

Penso spesso ai miei viaggi in Grecia. Ho impressa in me l’immagine di una piccola isola del Dodecanneso; di un piccolo paese che dal mare si arrampica con scale colorate dal mare azzurro fino alla montagna verde, attraverso un dedalo di vie che conducono alle case della gente, case che hanno le porte colorate come il mare e il cielo.

Penso alle persone che vivono in quelle case, e le immagino mentre prepararano i pasti, seguendo saggezze antiche che non sanno neanche di seguire, tanto le hanno dentro.

Poi rivedo la zona del porto, dove alle taverne tipiche si affiancano ristoranti improponibili, che espongono all’esterno foto di menù moderni, per i turisti frettolosi e incolti di sapori, denunciando con le loro stesse foto la povertà nutrizionale e gastronomica della loro cucina.

Ricordo le taverne semi vuote e i ristoranti turistici pieni.

Sogno di chiudere gli occhi e di riaprirli per trovare solo la Grecia.

Sogno che succeda anche da noi.

Di
Andrea d’Alonzo
Nutrizionista
antropologo dell’alimentazione

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